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lunedì 21 dicembre 2015

La mia Arsnoctis' reading Challenge



Ormai diversi mesi fa ho visto il video postato su YouTube da Arsnoctis, sul suo canale Castelli di carta. Io non ho mai partecipato prima a una sfida di lettura, questa mi è sembrata subito interessante e ben costruita, così ho pensato di provarci. Arsnoctis (che oltre ad un canale ha anche un blog e un tmblr) è veramente brava nel raccontare le sue letture (fumetti e libri di vario genere), capace di carpire l'attenzione senza annoiare esprimendo opinioni affatto scontate.

La sfida di lettura è questa:

E questi sono i link al CANALE YOUTUBE, al BLOG e al GRUPPO GOODREADS
Oggi vi voglio raccontare, brevemente, le mie letture relative al primo livello:

Un libro o un fumetto da cui è già stato tratto un film

Winesburg, Ohio di Sherwood Anderson  una raccolta di racconti o per meglio dire di frammenti, che fotografano la vita di diversi abitanti di questa tranquilla cittadina statunitense. Con la sua semplicità e leggerezza,questa raccolta è in grado di raggiungere momenti di grande lirismo e intensità, in modo del tutto "naturale". 
Questo piccolo capolavoro incarna l'esempio di ciò che amo di certa letteratura e sopratutto di alcune raccolte di racconti; accenna senza spiegare, introduce con poche parole personaggi e ambienti e finisce con costruire le storie grazie al rincorrersi degli eventi nei diversi racconti. Osservi da dietro una porta socchiusa la vita del paese, te ne senti parte e ti vedi a fianco del principale narratore, George, alter ego dello stesso Anderson. Libro troppo poco conosciuto, da cui è stata tratta una versione per la TV nel 1973 (che non ho visto) e una per il cinema del 2008 (che non ho visto e non so nemmeno se sia mai stata distribuita da noi). 

Un fumetto che sia un volume unico

Lo Scultore di Scott McCloud  Devo ammettere che faccio parte di quella schiera di persone che ha iniziato a leggere fumetti solo di recente, scoprendo un mondo che sembra infinito e con delle vette letterarie che hanno poco da invidiare ad alcuni dei romanzi più belli. Lo Scultore è stata una di queste vette, sicuramente rimarrà a lungo impresso nella mia memoria di lettrice, per la sua incredibile profondità, la capacità di creare una vicenda avvincente riflettendo su questioni di "nessun" conto come lo scopo della vita, la natura dell'arte e il suo ruolo nel mondo, l'esplorazione delle relazioni umane, tutto raccontato in modo semplice ma tutt'altro che banale.  
Ne ha parlato meglio di me la stessa Arsnoctis in QUESTO VIDEO

Un libro o un fumetto di un autore che non hai mai affrontato

Le sorelle Soffici di Pierpaolo Vettori Era da tanto che volevo leggere questo libro e dopo qualche mese di ricerca sono finalmente riuscita a trovare l'edizione cartacea al Salone di Torino. La storia è quella delle due sorelle del titolo (Veronica e Cecilia), figlie di un industriale titolare della fabbrica della marmellata Soffici ed è ambientata negli anni novanta. Le sorelle sono ragazze piuttosto "speciali" perché affette da disturbi psichici (o ritardo mentale). Il lettore conosce la vicenda attraverso il punto di vista di Veronica, che racconta nel suo diario le vicende che coinvolgono la matrigna, il disgustoso faccendiere Anton, lo psichiatra Dr Tauber, il padre coinvolto nelle faccende di Tagentopoli, sempre con un tono sospeso tra realtà e fantasia, con uno sguardo innocente e ingenuo sugli eventi, come se ci trovassimo limite del bosco di una fiaba. Un libro che ha soddisfatto le mie aspettative, una lettura veloce ma non frivola, che consiglio a tutti.

BONUS TRACK:
Un fumetto di un autore che non ho mai affrontato: 

Blankets di Craig Thompson già, non lo avevo ancora letto (ma ce ne sono molti altri più "clamorosi" che non ho letto). L'ho letto velocemente e sono rimasta affascinata e intenerita dalla storia e dalla delicatezza con cui Thompson racconta i sentimenti e i gesti che uniscono e poi dividono il protagonista (Craig stesso) e Raina, il suo primo amore. Ma questo fumetto racconta anche altro, parla di scelte, di sentimento religioso inculcato e poi rifiutato, di grossi travagli interiori e accesa passione, della crescita di Craig e del modo in cui, col tempo, si costruisce la sua personalità da adulto.




Un libro/fumetto scelto per te da un amico/a
anche in questo caso devo citarne due, ecco il primo:

Shada di Douglas Adams questo più che consigliato mi è proprio stato regalato da un'amica, fan come (e più di) me di Adams. Si tratta di un episodio di Doctor Who pensato per una puntata radiofonica che è stato ideato e iniziato da Adams e terminato da Gareth Roberts. Una storia velocissima e avvincente, in cui il Dottore si trova insieme all'assistente Ramona e il robot canino K-9 a cercar di fermare il progetto di controllo mentale universale di Skagra. Grandi pregi del testo: la velocità e facilità di lettura, l'umorismo Adamsiano, lo stile Adamsiano. Aspetti un po' meno positivi: lo stile è riconoscibilissimo tanto che potrebbe essere scambiato per  nuovo episodio della trilogia in 5 volumi.
Però Adams è uno che scrive cose come:
"Non mi sta seguendo, vero?" le chiese lui. "No" 
Il professore annuì. "Bene, mi consideri solo come un paradosso dentro un'anomalia e continui a bersi il suo tè

quindi sempre e comunque viva Douglas Adams!


E il secondo


L'invenzione della madre di Marco Peano: questo libro in realtà mi è stato consigliato da mia mamma. E' il racconto della vita quotidiana di Matteo con sua mamma dal momento della scoperta della grave malattia di lei. Racconta sia piccoli eventi, cose che colpiscono nel segno per quanto sono, non tanto realistiche, ma davvero reali e commoventi, ma anche un grande dolore che pervade e sconvolge tutti gli aspetti della esistenza del figlio. Mi ha lasciata molte volte senza parole, come scrivevo su Goodreads, "smarrita". 






Un libro/fumetto biografico:


La morte del padre di Karl Ove Knausgård   Questo libro è il testo autobiografico per eccellenza, dato che la vita del (anche piuttosto giovane) autore è sviscerata in sei (dico sei) volumi. Un libro per cui mi sono trovata a discutere con due librai da cui ero andata a prendere il secondo volume (il giorno stesso in cui avevo finito il primo), loro erano increduli che potesse essere tanto affascinante come dicevo e che fosse possibile leggerlo in meno di un'era geologica (situazione surreale, visto che appunto loro il libro me lo stavano vendendo). Io ero e sono convinta delle mie affermazioni (e certo non sono la sola); in modo lento e progressivo questo racconto si insinua nella tua giornata e lo spazio che decidi di dedicargli è, se possibile, sempre maggiore. La narrazione procede con lunghe digressioni, interruzioni, alcuni momenti si dilatano in modo importante senza tuttavia raccontare episodi decisivi della vita dell'autore. i tempi e i modi della narrazione sono se non originali molto personali e estremamente coinvolgenti. Un libro che almeno nella traduzione italiana che ho letto io, scorre via leggero, e ti lascia curioso su cosa ci sia nei volumi successivi ma sopratutto su come Karl Ove abbia deciso di raccontarcelo.   

Un libro con meno di 200 pagine:


Il posto di Annie Ernaux Anche questo libro viene dal Salone del libro di Torino, è stato Marco Peano (l'autore de L'invenzione della madre) a raccomandarne la lettura, parlando di testi che affrontano in modo intenso vicende intime familiari. Questo testo, molto breve, è una gemma; la Ernaux racconta il suo rapporto con i genitori e in particolare con il padre.  I due sono divisi da una distanza culturale siderale, lui non solo non ha ricevuto una educazione scolastica, ma non perde occasione per beffeggiare chi usi un linguaggio più colto. La figlia racconta in modo scarno, diretto, semplice, il suo progressivo allontanamento da quel mondo, con il quale sente di avere ben poco in comune. Ne deriva un dolore mai esposto né teatralmente palesato, ma sempre presente, in sottofondo. Così come non è dichiarata, ma pungente, la tenerezza che provocano certi momenti della narrazione, come quando la Ernaux trova nel portafoglio del padre ormai deceduto, insieme ad una vecchia fotografia, il ritaglio del giornale dove è riportata la graduatoria del concorso di assunzione delle figlia (dove si era classificata tra i primi posti). Un racconti di affetti e di mancanza degli stessi, senza sensi di colpa ma esposto in modo sincero e scevro da sentimentalismi. 

Un (altro) libro con meno di 200 pagine


il Verificazionista di Donald Antrim Il protagonista della storia è Tom, uno psichiatra, che organizza un incontro con i colleghi per cena in una tavola calda che fa le frittelle dolci. Lì tra verbose e complesse (e a tratti assurde) disquisizioni su coscienza, interpretazione della realtà, psiche etc. la storia prende una piega surreale in seguito ad un evento inaspettato (e inaspettabile) che divide il racconto a metà, da lì in poi il lettore è chiamato ad una sospensione del giudizio e si trova a osservare il mondo da un punto di vista, direi, "particolare", con una conclusione che rimette le cose un po' in fila, senza buttare tutto alle ortiche. A quanto ho capito si tratta di un'opera minore di Antrim, voce originale della letteratura americana postmoderna; io non credo di aver apprezzato appieno il racconto, o di averne ben compreso le sfumature e le intenzioni dell'autore, anche se mi è piaciuto lo sguardo irriverente e scanzonato sulla psichiatria accademica. Sicuramente un autore che voglio approfondire.  

Un Classico che non avevi ancora mai letto:
I Miserabili di Victor Hugo

Oh me, oh Vita! Chi sono io per dire qualcosa, anche poche parole, su I Miserabili? 
Se si cerca un libro che affronti tematiche morali, che mostri la piccolezza e la grandezza, che racconti di fame e sopravvivenza, che parli di onore e di onestà, che spieghi cosa sia successo a Waterloo nel 1815, cosa sia stata la Restaurazione, cosa sia il (primo) socialismo, e financo come siano state fatte le fogne di Parigi, si deve leggere i Miserabili. Non mi ritengo una lettrice molto veloce, ma questo libro ha riempito ogni anche breve ritaglio di tempo libero di due mesi d'autunno, senza lasciarmi mai. Leggere una scrittura così elaborata nella costruzione, ma che arriva precisa allo scopo, è un piacere assoluto. Un regalo che una volta nella vita bisogna farsi. Ecco. 














domenica 4 gennaio 2015

Lo sconfinato e misterioso mondo dei Grahic Novels

Negli ultimi mesi ho fatto una scoperta sconcertante: esistono cose chiamate graphic novels. Ma non solo, ho scoperto che ne esistono di incredibilmente belli, intelligenti, malinconici e buffi. Insomma, c'è un mondo enorme a me completamente sconosciuto che ho voglia di esplorare. Vi lascio quindi un breve commento su alcune letti di recente, cercando di selezionare quelle forse meno conosciuti o magari piuttosto famosi ma che considero dei capolavori che ritengo dovrebbero essere ancora più diffuse. Sia chiaro, sono lungi da essere esperta in materia, sono solo una appassionata ignorante che si è appena affacciata su un mondo così affascinante; c'è da perdersi. Una osservazione ulteriore: mi son resa conto che le cose migliori tra quelle che ho letto, raccontano situazioni a dir poco tristi se non tragiche. Verrebbe da dire: la meraviglia sull'orlo dell'abisso. E un'ultima cosa: le librerie che conosco mettono le graphic novel in ordine di editore, rendendo  l'impresa del trovare quella lì che cerchi proprio ardua. Verrebbe da dire: ma perchè???


Probably Nothing: a diary of not your average nine months di Matilda Tristram

Matilda ci racconta uno stralcio della sua vita: alla 17esima settimana di gestazione scopre di avere un tumore all'intestino. Inizia un calvario: nelle 97 pagine di questo lavoro Matilda ci racconta dilemma su come procedere (abortire o no, fare o meno la chemioterapia), le conseguenze fisiche e psichiche delle decisioni prese e delle terapie sopportate. La Tristram dimostra di non temere di rompere qualche tabù, raccontando come da malata abbia momenti di egoismo dettati dalla propria disperazione o come capti e odi profondamente ogni gesto e commento ipocrita o buonista della gente che la circonda. Un marito premuroso, una rete amicale e familiare molto forte e il suo senso dell'umorismo hanno dato come frutto oltre allo stupendo James anche questo bel  graphic novel, sincero talora duro, altre volte struggente e spesso anche divertente. Attenzione alla versione ebook: almeno sul mio dispositivo le vignette sono piuttosto piccole e talora di non facile lettura.





Marbles: Mania, Depression, Michelangelo, and Me di Ellen Forney


In questa frizzante "novella grafica" (?) Ellen racconta le sue vicende in seguito alla diagnosi di Depressione Bipolare e attraverso il percorso terapeutico (farmacologico e psicologico) per ottenere un, seppure sempre precario, compenso del proprio stato psichico. Si passa dalla negazione al tentativo con i primi farmaci, i conseguenti effetti collaterali e quindi le modifiche, gli effetti delle modifiche e quindi i nuovi effetti collaterali e nuove modifiche, procedendo due passi avanti e uno indietro, verso la stabilità. Sono descritti con lucidità gli stati maniacali o ipomaniacali e con spietatezza l'abulia e l'apatia delle fasi depressive, l'entusiasmo per ogni miglioramento, fino al nuovo passaggio all'altro fronte. Credo che poche cose siano altrettanto difficili dell'esporre certe enormi fragilità psichiche, valutando anche lo stigma che le malattie psichiatriche si portano dietro. Ellen non fa giri di parole e con chiarezza parla di ciò che molti nascondono al mondo (che già è complicato uscirne fuori senza che il mondo se ne stia lì a guardare e giudicare). 



Calling Dr. Laura: a graphic memoir di Nicole J. Georges



Dr. Laura è un programma radiofonico che la protagonista è solita ascoltare. Si tratta per lo più di casalinghe disperate che chiamano questa presunta dottoressa per chiedere consiglio riguardo scelte importanti o chiedendo giudizio su comportamenti da tenere in fasi critiche della vita. Ed è  proprio questo programma che Nicole chiamerà per chiedere consiglio in un momento di crisi dopo aver saputo dalla sorella che il padre spacciato dalla madre per morto poco dopo la sua nascita, in realtà non lo è affatto. Nicole ci racconta questo importante spaccato intrecciandolo con i travagli derivati da altri aspetti della vita privata (la relazione complicata con la fidanzata con cui ha creato un gruppo musicale). Ne esce un racconto a tratti intenso con un finale molto commovente.    






Rughe di Paco Roca



Unaodei graphic novels più belle che abbia letto, mi ha suscitato un amore immenso e immediato. E' il (breve) racconto della vicenda di Emilio in seguito alla diagnosi di Malattia di Alzheimer in fase iniziale e dal momento della sua istituzionalizzazione in una casa di cura. La disgregazione della mente, lo straniamento legato all'esser trasferito di colpo in un ambiente completamente nuovo, le relazioni createsi nella casa di cura, tutto espresso in modo delicato e ricco di spunti ironici con tutte le sfumature dell'animo di Emilio; malinconia, rabbia, tenerezza. Nelle malattie come l'Alzheimer si fa esperienza di una continua perdita (memoria, privacy, dignità, affetto famigliare) ma in questo Rughe si racconta in qualche modo anche l'attaccamento ad un passato che è stato determinante nel formare quello che siamo stati e l'incapacità di staccarsi (almeno nelle fasi iniziali) dal proprio vissuto. Un capolavoro. 



Alice nel mondo reale di Isabel Franc e Susanna Martìn


Altro graphic novel che parla di un'esperienza drammatica con tocco ironico.  E' la vicenda di  Alice, dalla la scoperta del tumore al seno, l'intervento e il ritorno alla vita. Racconta in realtà sopratutto quest'ultima parte, la fatica del ritrovare una propria nuova esistenza dopo la malattia, l'importanza dell'amicizia, lo scontro con il pregiudizio. Molto simile in questo a Probably nothing e a Marbles (lo so sembra una forma di masochismo da parte mia questo avvicendarsi di letture con simili sfumature drammatiche, e, infatti, credo che lo sia). Tutti questi sono racconti che fanno del loro camminare in bilico tra il comico e il tragico il loro punto di forza, e riescono ad arrivare in modo spesso eccellente all'altro capo del filo. 








Maus di Art Spiegelman


Chi sono io per parlare di Maus? Giusto due parole: Spiegelman racconta l'esperienza del padre e della madre  (due ebrei polacchi) dalla presa di campo del nazismo alla detenzione ad Auschwitz e lo fa in modo onesto, poetico, usando l'espediente del mettere volto di animale alle persone per rendere più "leggero" il suo fumetto senza attutire la crudezza del racconto. Non ironizza sul tema, non fa sconti alla brutalità degli eventi, riuscendo ad essere credibile in modo così toccante da commuovere profondamente; "Maus è una storia che non ti lascia, nemmeno dopo che l'hai finita", dice Umberto Eco. E' vero,  immagino lo conosciate tutti, ma se non lo conoscete o non lo avete ancora fatto, vi consiglio di leggerlo, appena potete. E' un favore fatto al vostro senso civico, alla vostra umanità. 



Fermo di Sualzo


Sebastiano viene chiamato per fare il servizio civile.  Viene mandato a Bibbiena, una ridente cittadina dell'aretino. Lì pensava di poter lavorare in biblioteca a non far nulla, invece lo mettono a lavorare con le persone con disagio psichico. Difficoltà iniziali e poi, come ci si aspetta fin dall'inizio, il lavoro gli cambia la vita, spingendolo oltre l'adolescenza verso un mondo fatto di responsabilità importanti e di presa in carico delle cose della vita.  Deciderà il suo futuro in modo definitivo, aiutandolo a trovare il suo posto nel mondo. 
Un bel racconto, forse non incisivo come gli altri sopracitati, a cui non manca tuttavia una discreta dose di poesia. 






Hyperbole and a Half: Unfortunate Situations, Flawed Coping Mechanisms, Mayhem, and Other Things That Happened di Allie Brosh


Aprendo questo fumetto ci accorgiamo subito di esser di fronte ad un caso molto particolare. Allie Brosh ci racconta parte della sua storia personale; i suoi disegni hanno un aspetto assolutamente essenziale, direi elementare; le vicende riguardano episodi dell'infanzia, dell'adolescenza e raccontano in particolare anche la lotta della Brosh con la depressione. Cosa c'è di così particolare quindi in questo Hyperbole? L'ironia, un'ironia acuta e surreale. il riuscire a esprimere con un solo fumetto concetti profondi. La capacità di catturare l'attenzione con immagini dai disegni assurdi, quasi astratti. La dolcezza della protagonista e il modo delicato con cui affronta le vicende sfortunate del titolo.  Tutto questo fanno di questo Graphic Novel una cosa unica nel suo genere. Non necessariamente superiore, ma unica. Ecco le parole della quarta di copertina scritte dall'autrice stessa: "This is a book I wrote. Because I wrote it, I had to figure out what to put on the back cover to explain what it is. I tried to write a long, third-person summary that would imply how great the book is and also sound vaguely authoritative--like maybe someone who isn’t me wrote it--but I soon discovered that I’m not sneaky enough to pull it off convincingly. So I decided to just make a list of things that are in the book:
Pictures
Words
Stories about things that happened to me
Stories about things that happened to other people because of me
Eight billion dollars*
Stories about dogs
The secret to eternal happiness*

*These are lies. Perhaps I have underestimated my sneakiness!
 "

Vi risparmio al momento uno sproloquio su Gipi, autore di cui sto cercando di leggere tutto e che amo profondamente e Zerocalcare, che non finisce di stupirmi (il suo ultimo, Dimentica il mio nome, è tra le cose migliori che abbia letto nel 2014). Se non mi blocca il ritegno penso di fare un post a parte per questi due, cercando di mantenerlo sufficientemente superficiale e generico, un po' come questo insomma. 

Prossimamente intendo leggere (e ho grandi aspettitive):

 
   
                                                                             




sabato 20 settembre 2014

Can't we talk about something more pleasant? di Roz Chast

Ho scoperto solo ieri che Roz Chast è stata nominata nella longlist dei libri in lizza per il National Book Award nella categoria Non-Fiction. Sicuramente questo è il mio preferito in lizza (se si tralascia il fatto che è l'unico che abbia letto). La prima volta che ho incontrato Roz Chast è stato tra le pagine (digitali) del New Yorker (ignorate la mia psicopatologia che mi fa leggere il New Yorker per sentirmi meno incastrata in un pesino di provincia). E' una fumettista, indiscutibilmente molto brava, che fa non tanto del tratto del disegno (che è però molto originale, semplice, un po' alla Peanuts)  ma della ironia e delicatezza dei temi e del modo di trattarli il suo punto di forza.
Roz Chast in questa graphic novel racconta il rapporto con i suoi anziani genitori. Il titolo si riferisce a ciò le diceva la madre quando nelle discussioni veniva fuori qualche riflessione sul futuro, sulla malattia e peggio ancora sulla morte: "Si può parlare di qualcosa di più piacevole?"   Mettendo in atto una pervicace negazione di una realtà che si stava tuttavia realizzando proprio sotto gli occhi della figlia Roz, con l'invecchiamento e di conseguenza la decadenza fisica, la malattia dei genitori, che si trova poi a dover affrontare con grande disagio e in solitudine. Il libro però non è triste, è dotato della grande dote di raggiungere quelle zone di ombra e vulnerabili del lettore in modo ironico e senza patetismi, lasciando che a commuovere sia il concetto celato più che la parola scritta. Per quel che mi riguarda Roz ha fatto centro in modo diretto e direi chirurgico. Ha puntato a una zona debole, non poi così nascosta, l'ha smascherata,  creando una connessione con le mie paure e preoccupazioni  riuscendo però a farle risultare non sgradevoli grazie a una buona dose di leggerezza. Paure e preoccupazioni che sono sicuramente parte, prima o poi, della vita di tutti.
Mi risulta che ancora non sia stato tradotto, un vero peccato.

domenica 1 giugno 2014

Oltre il confine - Cormac McCarthy

Secondo racconto della trilogia della frontiera (unico dei tre che per ora abbia letto), Oltre il confine si inserisce nel filone dei racconti del west e appare vicino come temi ed atmosfere ai suoi primi lavori (Meridiano di Sangue, per citarne uno).
Il romanzo si divide in quattro parti che sanciscono momenti di passaggio nella vita del protagonista, Billy Parham. Billy è un ragazzo americano nella cui esistenza, dura come può essere quella del figlio di un povero allevatore nella campagna del sud degli Stati Uniti nella prima metà del ventesimo secolo, accadono, in epoca troppo precoce, avvenimenti terribili che lo portano ad attraversare più volte il confine con il Messico.
Si tratta, di fatto di un romanzo di formazione, vediamo infatti cambiare Billy nel tempo e ne cogliamo la maturazione appresa attraverso l'esperienza. Tra le tematiche che ricorrono nel racconto c'è in  primo luogo il ruolo delle scelte. Fermarsi, invertire la direzione di marcia del suo cavallo e ripartire sono gesti che non solo imprimono una svolta nella storia, ma sono il fulcro della presa di coscienza e della crescita di Billy.
Ciò che muove il ragazzo è in più riprese un imperativo, la necessità riportare qualcuno casa sua, rimettere gli eventi nel loro giusto ordine, aiutare le cose a ritrovare il loro posto nel mondo, dopo che è successo qualcosa di apparentemente irreversibile. Non è solo il tentativo "infantile" di un adolescente di negare il cambiamento, piuttosto la necessità di credere che possa esistere qualcosa di giusto nel mondo, anche quando le disgrazie provocate dall'uomo sembrano negarlo. Billy subisce gli eventi, subisce anche le scelte altrui, ma sembra voler fare il possibile per ribellarsi a questa logica ferrea che governa le cose. Ciò che Billy impara sulla vita, smorza il suo idealismo, scalfisce la sua umanità, senza tuttavia riuscire a distruggerli.
Nella prima parte del libro, secondo me magistrale, la lotta di Billy per catturare una lupa e poi per "riportarla a casa", esemplifica la fatica umana per determinare il proprio e l'altrui destino dovendo fare i conti con le violente reazioni di altre esistenze indifferenti ai bisogni e ai desideri del giovane protagonista così come a quelle di ognuno di noi.
Per me i libri di McCarthy oltre a rappresentare quanto di più bello si possa leggere ad opera di un autore contemporaneo, sono anche un'alta prova di scrittura, spesso priva di sfarzo linguistico, espressione di un lavoro di cesello e che non indugia nell'autocompiacimento. L'opinione dello scrittore sul male che compenetra il mondo, spietata e spiazzante, emerge attraverso concisi dialoghi filosofici dei protagonisti ma anche insita nello svolgimento dei fatti. Oltre il confine è una lettura a tratti poco scorrevole, che necessita attenzione, ma che lascia al lettore il piacere della scoperta di un classico moderno in tutta la sua bellezza e complessità. 

giovedì 22 maggio 2014

Pregiudizi

Sarà perché io gli scrittori li idolatro. Mi aspetto che siano persone al di sopra della norma, con capacità e qualità sovrumane. Non parlo di integrità morale (non esser viziosi, non sperperare denaro o frequentare bordelli), mi riferisco all'integrità intellettuale. Le loro menti sono capaci di generare storie e personaggi che diventano reali e occupano uno spazio fisico nel mio mondo, riescono a non farmi dubitare mai dell'esistenza di Macondo, mi fanno vedere gli occhi tristi di Oliver Twist in orfanotrofio o mi portano a girellare per New York con Holden Caufield. Quelle menti non possono essere contenute nella scatola cranica di persone comuni e un po' grigie, come me. O meschine, o razziste. 
Per questo la scoperta di alcuni dettagli sgraditi della storia privata di qualcuno di loro mi ha fatto disamorare nei confronti delle loro opere. Vi avverto, sto per scrivere vere e proprie "oscenità". 

Il vecchietto delle anatre
Ero alle medie quando ho letto L'Anello di re Salomone, forse il lavoro da scrittore più famoso di di Konrad Lorentz. Nelle fotografie appare sempre come un affabile, canuto e panciuto vecchietto, di quelli che ispirano simpatia. In realtà era un etologo molto conosciuto nell'Austria dei suoi tempi, poi vincitore del Nobel per la medicina. In quel testo racconta, in modo molto piacevole, il metodo con cui studiava e influenzava i comportamenti degli animali. In particolare ricordo il racconto sulle anatre; sostituitosi a madre anatra, al momento della nascita degli anatroccoli, era stato riconosciuto da loro come vera figura materna e da allora era seguito ovunque da questo corteo di anatroccoli, riuscendo  così a studiarne il linguaggio e il comportamento. 
Molti anni dopo, con ancora quel ricordo tenero dell'adolescenza, ho scoperto chi fosse davvero Lorentz. Si dà il caso che la "l'Austria dei suoi tempi" fosse quella del Terzo Reich. Si dà il caso inoltre che lui non solo fosse nazista, ma perfino un teorico dell'eugenetica e esprimesse pensieri tipo questo: « Dovere dell'eugenetica, dovere dell'igiene razziale dev'essere quello di occuparsi con sollecitudine di un'eliminazione di esseri umani moralmente inferiori più severa di quella che è praticata oggi. Noi dovremmo letteralmente sostituire tutti i fattori che determinano la selezione in una vita naturale e libera" (preso in prestito da wikipedia). Questo scoperta ha sporcato talmente il mio giudizio da provare ancora un certo disgusto nel ricordo , fortunatamente sbiadito, di quella lettura. 

Il genio francese

Se per Konrad la brutta scoperta è avvenuta anni dopo aver terminato la lettura, mi è andata peggio con un grande scrittore francese. Sì. Sul serio. Parlo di Louis Ferdinand Céline. Parlo di Viaggio al termine della notte. Dire che mi stesse piacendo non è appropriato. Avevo sotto gli occhi un capolavoro della letteratura. 
Cosa può rovinare l'idilliaco rapporto che si crea tra un lettore e una storia con tutte le caratteristiche per poter diventare un punto di riferimento culturale? Ebbene, anche il caro Céline (come forse tutti, tranne me, già sapevano), medico, laureatosi con una tesi sul dottor Semmelweis (un ginecologo che per la prima volta nella storia aveva osato divulgare il fatto che i medici, udite udite, devono lavarsi le mani tra una visita e l'altra, per evitare morti per sepsi puerperale nelle pazienti - ma meglio non divagare), che aveva lavorato come medico dei poveri a Montmartre, quell'ometto che sembra consumato dalla vita, originalissimo anche linguisticamente, dalla incontestabile genialità, era anche lui un feroce antisemita. Così come Lorentz era un "teorico" dell'antisemitismo, argomento affrontato in alcuni pamphlet tra cui la Bagatelles per un massacro. Come dice Carlo Bo (trafugato nottetempo da wikipedia): « Negli anni Trenta, Céline vantava (forse più di ogni altro) un bel curriculum di antisemita, ma dopo il '40 andò oltre imboccando un razzismo scientifico, quale a suo avviso neppure i nazisti osavano sperare… Non si può non continuare a chiederci come mai uno scrittore di quella forza e di quella novità si sia lasciato trascinare da uno spirito più che polemico, predicatore di morte e di rovine. » Con vergogna ammetto di non esser riuscita a proseguire la lettura di Viaggio al termine della notte. Una delusione cocente, niente a che vedere con quella di Lorentz. 

La giornalista fiorentina

Un accenno rapido ad un'altra situazione simile. In questo caso il discorso sarebbe più profondo e il pregiudizio è influenzato dalla mia ignoranza sulla reale visione del mondo di questa scrittrice. Parlo di Oriana Fallaci. Non ho letto molto di suo, solo Lettera ad un bambino mai nato. Questo per un motivo preciso: La rabbia e l'orgoglio. Quando ho letto l'articolo sul Corriere, il 29 Settembre 2001, ancora, come tutti, frastornata dagli avvenimenti recenti, mi ha provocato rabbia e disgusto. Nell'articolo la Fallaci a partire dai tragici eventi dell'11 Settembre, racconta la sua visione sul mondo islamico, fatta di giudizi perentori e molto negativi su un'intera cultura. Ho pensato che fosse stato scritto sull'onda emotiva dei fatti e quindi carico di una eccessiva acredine che rende qualsiasi visione offuscata dall'odio e insopportabile. Ho trovato tuttavia incredibile che una giornalista e scrittrice del suo calibro, con la sua intelligenza, finisse in quel gorgo. Da allora non ho letto altro di suo.

Temo che il mio problema risieda nella incrollabile speranza, eccessivamente ingenua, che alcuni principi etici prescindano dalla contingenza, e che possano accomunarci tutti. 
Se è vero, chi più di un artista dovrebbe incarnare questo concetto? Ma ho come il dubbio non lo sia. 
Ancora mi chiedo se l'opera possa davvero essere considerata a sé. Certi giorni riesco quasi a convincermi di questo e mi vergogno dei miei pregiudizi. 
Nessuna debolezza o mostruosità di Konrad, Louis Ferdinand o Oriana dovrebbe essere in grado di annebbiare il mio giudizio sulle loro opere.  

domenica 18 maggio 2014

Oliver Sacks: ovvero sull'essere antropologi su Marte

Quando si inizia la lunga salita che porta a diventare un qualche tipo di medico, ci si imbatte, in dirittura d'arrivo, su un'ulteriore cunetta. Affannati dal viaggio lungo sei anni, si deve scegliere se e quale specializzazione fare. C'è una fetta di colleghi della mia generazione che, avendo deciso di diventare neurologo, si ritrova poi, anni dopo, nei momenti di sconforto, ad offendere Oliver Sacks e diverse generazioni di suoi antenati per aver incoraggiato l'impresa.
Leggere Sacks, per chi è o vuole essere neurologo, è un gesto che fa parte della propria formazione.
I racconti di questo autore non sono articoli scientifici. Non si impara a diventare neurologo leggendolo. Si impara, semmai, a volerlo essere.
Nei suoi scritti, brevi o lunghi che siano, vengono raccontate le storie cliniche di pazienti affetti da particolari (ma talora anche comuni) malattie neurologiche. Lo stile dello scrittore non è molto diverso da quello di un romanziere profano alla medicina. La malattia è descritta nelle sue particolarità, si accenna talora alla storia della scoperta della patologia, vengono fatti rimandi a celebri neurologi che hanno contribuito a dare un nome a tali condizioni in epoche passate, ma il linguaggio non è strettamente settoriale. La scrittura è scorrevole e piacevole, in particolare nelle raccolte di racconti.
Sacks pone l'attenzione in primo luogo sul sintomo e sulla causa della  patologia ma poi si sofferma a raccontare anche come il protagonista, o, dovrei dire, il suo misterioso e affascinante cervello, sia riuscito a mettere in atto delle strategie volte a compensare il deficit. Quello che non fa, fortunatamente, è di indugiare sul dolore, mantenendo uno stile scarno, scevro da pietismi.
Lo scrittore è tuttavia piuttosto sgradito a parte della comunità scientifica che non ne apprezza la mancanza di metodo. Taluni ne disprezzano anche l'uso delle storie di pazienti, che invece che oggetto di casi clinici di interesse scientifico diventano protagonisti di storie. Insomma, Sacks è ritenuto un medico che sfrutta i suoi pazienti per farne letteratura.

Tra ciò che ho letto la mia raccolta preferita è sicuramente "L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello", ma oggi voglio parlare brevemente di un'altra, L'Antropologo su Marte. 
Si tratta di un testo che racchiude sette racconti. Quello che mi ha colpito di più è il primo, Il caso del pittore che non vedeva i colori. Si racconta  la storia di un pittore (Signor I) che in seguito ad un trauma cranico aveva selettivamente perso la capacità di percepire i colori. E questo, per un pittore, è, come dire, un bel problema. Col tempo il paziente inizia a cercare metodiche alternative per restituire colore al suo mondo pittorico senza riuscire mai a recuperare la visione colorata.
Questa breve storia è capace di aprire voragini enormi di domande, che, trattandosi di neurologia, per molta parte rimangono assolutamente non risposte.
Qual'è la natura del colore, il colore esiste o è una creazione dovuta alla visione colorata dell'uomo? E' implicito che la visione colorata sia distinta nel cervello dalla visione delle forme, ma come fa il cervello a vedere i colori? qual'è la localizzazione cerebrale della visione colorata? Le ipotesi si sono sprecate nel corso degli anni e Sacks ne esplora a grandi linee le principali. Tutto questo raccontando la storia del Signor I. che passa attraverso una fase di disgusto e rifiuto per la sua nuova condizione a quella di una dolorosa e rassegnata accettazione.
Quando ho letto questo libro ero sul punto di iniziare un lavoro di ricerca volto a capire come identificare e quantificare il danno causato da alcuni insulti (nel mio caso ischemici) cerebrali, che colpiscono le regioni posteriori dell'encefalo, e che possono determinare la perdita selettiva della capacità di riconoscere volti, luoghi, tipi diversi di stimoli visivi e, appunto, i colori. Stavo valutando pazienti con tale disturbo e appassionandomi alla letteratura e ho visitato pazienti con disturbi simili a quelli del Signor I.
In quel preciso momento Sacks mi stava raccontando quello che avevo sognato potesse essere il mio lavoro e che in qualche modo lo stava diventando. Mi stava dicendo che il cervello è il mezzo con cui vediamo il mondo e quindi studiandolo stavo facendo la cosa giusta. E questo nonostante non ci sia alcuna possibilità di capire tutto e in modo definitivo. Nonostante ci si possa passar la vita tentando.
La definizione di Antropologo su Marte è quella che una paziente autistca dà di se stessa, della sua difficoltà nel capire il mondo. Nei confronti della comprensione dei meandri del proprio cervello l'uomo ha gli stessi limiti, le stesse difficoltà, che avrebbe un marziano sulla terra, o, appunto, un antropologo su Marte. Oliver Sacks ce lo racconta senza rigore scientifico, da scrittore, clinico  appassionato e osservatore, restituendo con i suoi racconti il senso di misteriosa fascinazione di una mente incapace di capire pienamente se stessa ma esterrefatta di fronte alla propria complessità.